Il taglio di Via Roma

Nell’Agosto del 1860 un Collegio di Ingegneri e Architetti (fra i quali spicca la figura di Giovan Battista Filippo Basile) si riunisce su incarico della giunta comunale. Siamo nel pieno di una rivoluzione che spazzerà via il vecchio sistema borbonico feudale e costruirà uno stato nuovo: l’Italia. Nessuno dei progetti legati al piano viene attuato, le vicende storico-politiche costringono a rimandare qualunque proposta di recupero e trasformazione. Il dado è comunque tratto. Le linee tracciate dalla commissione sono quelle che rispondono alla necessaria divisione del lavoro e di conseguenza degli spazi nella società industrializzata, le grandi arterie di raccordo, già in costruzione a Parigi, sono gli elementi funzionali a questa suddivisione. D’altronde su queste linee si muoverà G. B. F. Basile qualche anno dopo (1875), per la costruzione del Teatro Massimo, una delle più gigantesche (si ritorna così alle megastrutture di Ragon) opere dell’architettura dell’Ottocento in Italia. La scelta di demolire la chiesa e il convento della Concezione nel quartiere San Giuliano per far posto al teatro non è dunque frutto di incuria o di funesta pianificazione urbana, tutt’altro, nell’ottica del ‘rinnovamento della città’ diventa una presa di posizione ben precisa, un punto di non ritorno per il centro storico palermitano. La città è insomma pronta per i piani regolatori che si susseguono uno dopo l’altro, proponendo vari sventramenti per la costruzione di nuove arterie. Un primo piano redatto dall’ufficio tecnico comunale nel 1866 rimane disatteso. Molta più fortuna avranno invece i due piani regolatori del 1884 e del 1885, il primo porta la firma ancora di Castiglia, il secondo di Giarrusso. Il Piano regolatore di risanamento di Felice Giarrusso propone un’espansione urbana intorno al centro storico con tracciati viari ad angolo retto. Lo sviluppo più marcato si ha in direzione Nord lungo l’asse viario alberato di via Libertà, già tracciato nei piani per l’edilizia approntati degli ultimi anni del governo borbonico. Intorno alla via si svilupperanno i quartieri della città borghese. La via Roma nasce come strada di collegamento fra la stazione ferroviaria, la città nuova e il porto. Certo l’opera è imponente, prevede la demolizione di palazzi nobiliari, chiese, conventi, quartieri popolari, tanto imponente da richiedere per la realizzazione complessiva un secondo piano regolatore : il Piano di risanamento e ampliamento sempre del Giarrusso, datato 1894. Grandi demolizioni, si diceva: per fare spazio alla nuova via si stravolge la planimetria complessiva del centro storico palermitano e si perdono irrimediabilmente patrimoni cittadini. Palazzo Monteleone, il giardino all’Olivella, il complesso di Santa Rosalia, il cortile dei Gallinai, il sistema della chiesa di Montesanto, le mura dello Stazzone e dell’Itria sono esperienze architettoniche che rimangono solo nelle splendide fotografie d’epoca di Emanuele Giannone e di Edoardo Alfano. Oltre le opere distrutte, nel complesso il centro storico è rivoluzionato: il Piano Imperiale (oggi piazza San Domenico), il mercato della Vucciria e il quartiere San Giuliano vengono stravolti dalla mastodontica impresa urbana. “Le strade della città antica si dirigono da Occidente a Levante, seguendo la direzione del displuvio delle acque, cioè dal monte al mare. La nuova è invece caratterizzata dal movimento trasversale di via Roma”3. Pure di fronte a queste enormi demolizioni e distruzioni, risulta decisiva l’aspirazione a una ‘città nuova’, una città moderna. Aspirazione che Palermo condivide con il resto dell’Europa. Non stupisce che uno dei padri dell’etnologia italiana, il palermitano Giuseppe Pitré, che fra il 1910 e il 1911 fonda il museo etnografico, applauda al lavoro di rinnovamento di Giarrusso. Stupiscono forse solo un po’ di più le parole del creatore del Gattopardo, Giuseppe Tomasi di Lampedusa: “La via Bara all’Olivella che portava in piazza Massimo, era brulicante di miseria e di catoi e percorrerla era un affare triste. Divenne un po’ meglio quando venne tagliata la via Roma, ma rimase sempre un buon tratto da fare tra sporcizia e orrori”. Il giudizio di Tomasi sembra improntato da un buon sano senso civico, ma la sua ‘accettazione’ di via Roma come male minore, stupisce perché proprio la creazione di questa grande via ci ha privato per sempre delle stanze del palazzo di Monteleone dove lo scrittore ambienta la famosa scena del ballo. In questo contesto Giarrusso diventa il “protagonista implacabile nella realizzazione di una nuova Palermo più grande, moderna, elevata nel culto del decoro, europea nelle tipologie, concreta nel fare e utopistica nel concepire”.

 

Il primo troncone Rispetto alle altre città citate, va detto che i lavori per la ‘nuova Palermo’ risultarono ben più problematici e controversi. I lavori di risanamento del primo tronco iniziano nell’Ottobre del 1895 senza le necessarie autorizzazioni. Grandi sono le proteste da parte dell’Ufficio competente. Giarrusso e l’amministrazione comunale cercano di placare le polemiche adducendo motivi di urgenza nella bonifica dei rioni S. Antonio e Conceria. L’urgenza, spiega Giarrusso, porterà alla conclusione dei lavori entro il 1897. L’obiettivo non viene naturalmente raggiunto. I primi sventramenti sono relativamente semplici: chiese abbandonate e vecchie abitazioni popolari. Subito oltre la chiesa di Sant’Antonio Abate, le demolizioni lasciano scoperta la zona della Amalfitania e il mercato della Vucciria. La vista di questi quartieri poveri pieni di sporcizia e di miseria non piace al gusto della borghesia moderna dell’epoca. “Lo spettacolo venne giudicato indecoroso – ricorda Giorgianni e – per tale ragione venne costruito l’interminabile cortina del palazzo degli Uffici Comunali”. Questa costruzione enorme e “del tutto anomala” ha le forme di un largo corridoio “laddove la curva della via Maccheronai lambisce quasi la via Roma”7. I lavori finiscono nel 1898 e si portano dietro altre polemiche. I proprietari di palazzo Arezzo chiedono e ottengono modifiche al piano regolatore. Il palazzo doveva subire una parziale demolizione. Poi, invece, grazie a varie pressioni, il tracciato della nuova via viene modificato e l’edificio finisce per rimanere non solo integro ma anche posizionato proprio all’angolo fra la via Vittorio Emanuele (l’antica via centrale della città) e la nuova arteria cittadina. Le polemiche scoppiano quasi subito dopo i lavori. É chiaro che a gridare allo scandalo sono i proprietari dei palazzi che sono stati demoliti o modificati. Primi fra tutti i marchesi di Monteleone che vedono la loro proprietà (uno splendido edificio settecentesco su piazza San Domenico) praticamente dimezzata. Il palazzo dei mar

chesi è posto in trasversale lungo il tracciato di Via Roma. Inizialmente il piano ne prevede la demolizione, ma in seguito a vibrate proteste il palazzo viene distrutto solo per metà, lasciando integra l’entrata principale e uno degli ingressi laterali su piazza San Domenico. Altro proprietario inquieto e potente è il principe di Paternò che non gradisce per nulla la demolizione di una parte della sua abitazione. Anche grazie ad aiuti da parte del comune i proprietari ottengono una completa ristrutturazione su diversa scala della facciata prospiciente alla piazza San Domenico. Nel 1903 l’architetto Zanca inizia dei lavori per riportare il palazzo “in stile analogo a quello dei resti monumentali”. Si costituisce così un esempio curioso (ancora visibile) di imitazione, in pieno Novecento, dello stile settecentesco palermitano. Ma la storia più controversa riguarda la costruzione del nuovo teatro Biondo. Il teatro Biondo Finiti i lavori di apertura del primo tronco nel 1898, quasi subito i fratelli Biondo, noti avvocati palermitani, che tutelano gli interessi della famiglia Florio, decidono di edificare sul terreno da loro acquistato lungo il nuovo asse viario. Il progetto da loro commissionato prevedeva oltre l’abitazione privata di famiglia, un nuovo teatro di prosa, secondo una tradizione palermitana consolidata nell’alta borghesia e nell’aristocrazia (si vedono il teatro e l’abitazione in piazza Bellini, o ancora il teatro di palazzo dei principi Bonocore, l’abitazione dell’ingegnere Utveggio con annesso il teatro- cinema e costruito prima dell’edificazione del castello in cima a monte Pellegrino8). Oltre le pressioni di Ignazio Florio, il capostipite dei Biondo, Andrea, si lascia guidare, nella decisione di costruire un teatro, dalle inclinazioni della moglie. Margherita Biondo è infatti una grande appassionata del nuovo teatro europeo e da tempo sogna di donare alla sua città un palcoscenico degno di ospitare le maggiori compagnie internazionali. Margherita, grande amica e confidente di Franca Florio, moglie di Ignazio, comprende che l’apertura di via Roma con le sue possibilità edilizie ha creato le giuste condizioni per coronare il suo sogno. C’è però un problema, l’asse viario non prevedeva la costruzione di teatri lungo il suo percorso.

Lo spazio è quindi ristrettissimo e va guadagnato centimetro per centimetro. Già prima dei lavori i Biondo ottengono, grazie al beneplacito dell’assessore ai lavori pubblici Ramirez, vecchio amico di famiglia, ritocchi alle stime catastali. Ma ciò che crea polemiche e proteste è il rialzo del piano Sant’Antonio. Per fare spazio al terreno Biondo vengono rialzati il piano e la chiesa di Sant’Antonio, che ancora oggi sorge di fronte al teatro. Tutta la zona, vicino alla Vucciria, è alterata. Anche il piano della Conceria viene modificato e la stessa chiesa di Sant’Antonio (una delle più antiche della città con una torre campanaria di epoca normanna) non sarà abbattuta solo per le vibrate proteste delle autorità ecclesiastiche e culturali. La chiesa, come ricorda Giorgianni9, si trova tuttora sistemata sopra un terrazzamento circondato da una elegante balaustra e introdotta da una edicola dell’ Ecce Homo. Questa modifica non basta a far posto al teatro. Le commissioni che si costituiranno nel 1906 e nel 1907 per far luce su errori e omissioni nei lavori del ‘taglio’ di via Roma, riveleranno molte manchevolezze e ‘distrazioni’ da parte delle autorità pubbliche nelle stime catastali e nelle modifiche ai progetti. Con complicate perifrasi e involuzioni, il testo redatto dalla commissione governativa non potrà non riconoscere che “circa gli inconvenienti rilevati a proposito della concessione ai fratelli Biondo” alcuni funzionari “avrebbero dovuto essere coinvolti nelle responsabilità per gli sconfinamenti in cui sono incorsi i due ingegneri municipali Sigg. Mineo e Viola, pur puniti in modo non adeguato alle conseguenze della loro mancanza”. Chi sono questi funzionari che non sono stati coinvolti, ma che sono anch’essi responsabili? La commissione fa un solo nome, quello di Ramirez “il quale per vero in quell’occasione non ebbe a dimostrare tutta quella diligenza ed attenzione che pure in tante altre occasioni riuscirono così proficue all’amministrazione”. Ma ormai, dall’epoca dei fatti sono passati oltre otto anni, giunte e partiti sono cambiati e la commissione si pronuncia per una assoluzione generale. Ancora oggi, salta agli occhi, anche dell’osservatore meno attento, come i gradoni di ingresso al teatro occupino buona parte del marciapiede di via Roma, causando non pochi problemi alla circolazione dei pedoni. In definitiva, quasi inevitabilmente, il progetto di un nuovo teatro ‘europeo’ provocò la prima crepa nel piano di Giarrusso di creare un asse residenziale ‘europeo’ ampio e funzionale.

 

Il secondo tronco Ritenuta terminata positivamente (nonostante tutto) la conclusione del primo tronco, nel 1906 iniziano i lavori per un ulteriore prolungamento della via Roma dalla piazza San Domenico fino alla via Ingham, fatta costruire dalla famiglia inglese proprio per raggiungere più agevolmente la propria abitazione da Nord e dal mare. Dal 1860, però gli Ingham hanno cambiato dimora e il loro vecchio palazzo in stile neoclassico è diventato il Grand Hôtel et des Palmes. I nuovi proprietari, i Ragusa, sono grandi sostenitori dell’apertura di una strada che avrebbe potuto dare ulteriore lustro all’unico grande albergo che vi si affacciasse. Ma anche in questo caso i problemi non mancano. La via Ingham è sì un modello di perfetto viale ottocentesco, voluto dall’occhio lungimirante di Benjamin Ingham, ma non è tuttavia sull’esatto asse della via Roma, problema di non poco conto a quell’epoca dove il culto del rettilineo dell’asse era fortissimo. Via Ingham poteva essere, tutt’al più, un breve viale parallelo alla nuova strada. I lavori iniziano alla data del 1906 seguendo le precise indicazioni di Giarrusso e seguendo il percorso rettilineo. Ma, subito dopo la demolizione del grande giardino dell’Olivella, avviene il colpo di scena. Seguendo le delibere comunali e le indicazioni della Sovraintendenza alle Belle Arti, all’altezza del convento dei Gesuiti, i lavori sono spostati di alcuni metri a Nord-Est verso il mare. Il punto di raccordo con via Cavour viene spostato secondo un nuovo e diverso asse. La via Roma non è più un rettilineo ‘perfetto’. Inutile dire che si grida subito allo scandalo. Giarrusso si dimette e si allontana dai lavori, l’opposizione presenta migliaia di istanze e viene istituita la prima Commissione Comunale di Inchiesta. La Commissione però è presieduta dallo stesso sindaco di Palermo, Giuseppe Tasca Lanza e dai suoi assessori e uomini fidati. Nuove proteste si levano immediatamente e nel 1908 il Governo italiano, interessatissimo a fare da paciere nella spinosa situazione, istituisce una Commissione governativa di inchiesta. La Commissione nella sua relazione11, si limita a distribuire ramanzine e critiche, comminando, come detto, una complessiva assoluzione. Rivista nell’ottica attuale, questa fatale deviazione di via Roma non sembra così terribile. L’entusiasmo per la grande arteria cittadina, che “in modo moderno” doveva correre dritta da Piazza Giulio Cesare (dove si trovava la stazione) a via

Cavour, era scemato grandemente dopo le polemiche sorte in merito alle distribuzioni catastali e gli sventramenti. I nuovi amministratori si preoccuparono piuttosto di poter completare i lavori con poco danno e poche spese, piuttosto che inseguire i sogni della grande città moderna. Così a sessanta metri dalla via Cavour, dopo aver demolito l’antico parco dell’Olivella (operazione tutto sommato semplice), ci si trova davanti l’imponente massa del convento dei Gesuiti. Non solo, dopo l’Unità quel convento era diventato proprietà dello Stato, in seguito alla confisca dei beni ecclesiastici, e al suo interno era stato adibito, con grande enfasi, il primo grande Museo Archeologico di Palermo. Zappulla sottolinea che secondo i calcoli fatti “il taglio del museo doveva essere fatto in corrispondenza della sala delle metope”. La sala della metope era il vanto del museo e perché raccoglieva i bassorilievi dei famosi templi di Selinunte e perché era stata allestita secondo criteri moderni di museologia, sul modello del Museo di Pergamo a Berlino. Tutto considerato, viste anche le grandi pressioni per congiungere via Roma con via Ingham, si decide di apportare una piccola deviazione al percorso della nuova strada, limitan dosi a distruggere solo una parte, non utilizzata, dell’enorme complesso monastico. Si viene così, fra l’altro a costituire, quel curioso e scenografico loggiato che dal chiostro dei gesuiti si affaccia sulla via Roma. La commissione governativa (istituitasi per decreto il 23 aprile del 1907) si trova di fronte al fatto compiuto, la deviazione è cosa fatta. Nella sua relazione conclusiva non le resta che muovere varie e vaghe critiche: “crede poi la commissione di dover soggiungere che se per circostanze ineluttabili inerenti alle condizioni in cui si svolsero gli altri fatti amministrativi sui quali fu già pronunciato un autorevole e severo giudizio, la strada ha subito per una minima parte del suo percorso un deviamento che urta con le tradizionali abitudini della popolazione di Palermo, conserverà per il rimanente del suo percorso il tracciato primitivo e non riuscirà per questo meno bella, maestosa ed importante che se non esistesse il deplorato deviamento, il quale forse, all’atto pratico, potrà anche accadere che sfugga all’occhio meno esperto (corsivo nostro)”12. Queste affermazioni ci ricordano ancora una volta la forza dell’ossessione per gli assi perfetta mente paralleli o perpendicolari. La Commissione vede in questi la soluzione di tutti i problemi urbanistici tanto da augurarsi che “l’occhio meno esperto” non si accorga dell’evidenza pratica.  Nuovi Palazzi Il secondo tronco, al di là di deviazioni e commissioni, presenta alcune esperienze architettoniche comunque felici. Prima fra queste la casa Ammirata sorta ad angolo fra la via Roma e la piazza Colonna, poco prima del congiungimento con via Cavour. Opera dell’architetto Paolo Rivas che la progetta e ne guida i lavori fra il 1908 e il 1911, la casa Ammirata presenta analogie evidenti con i palazzi liberty della via Libertà e Dante. L’edificio presenta una simmetria a cerniera delle facciate rispetto all’angolo, evidenziata dalla bella torretta che raccorda le due parti. Secondo l’elegante moda dell’epoca sono le decorazioni floreali dell’androne principale e nella cornice del sottotetto. Edificio interessante più per le tecniche di costruzioni che per l’originalità architettonica è la palazzina posta all’angolo Ovest dell’incrocio fra via Roma e via Cavour. La palazzina, commissionata dai Favaloro Gallo (un ramo di questa famiglia nello stesso periodo si fa costruire in via Dante il ben più interessante villino Favaloro del Basile), viene progettata dall’architetto Mineo. Questi non si discosta molto dai progetti già attuati nel primo tronco della via, ma introduce una interessante innovazione tecnica. Il palazzo Favaloro Gallo viene costruito su uno scheletro metallico, come prima si usava, solo per le costruzioni militari o industriali. É la prima volta che questa tecnica viene utilizzata a Palermo e non tarderà a diffondersi. Il palazzo viene decorato secondo un gusto neoclassico: i lunotti sopra le finestre dei vari ordini presentano rilievi con putti nell’atto di giocare, gli interni, sontuosi, sono affrescati con scene mitologiche e grotesque. Nel 1939 il palazzo viene acquistato dal Banco di Sicilia che lo adibisce a scuola di perfezionamento bancario e, recentemente, a sportello per la clientela. L’edifico più famoso di questo secondo tronco è il palazzo delle Assicurazioni Generali progettato da Ernesto Basile. Costruito fra il 1912 e il 1914 il palazzo viene concepito come edificio di snodo fra la via Cavour, la via Roma e la retrostante piazza Colonna. Una struttura architettonica a se stante, priva di edifici limitrofi. In quest’ottica Basile lo disegna senza i particolari movimenti volumetrici che avevano caratterizzato le sue opere precedenti. Il palazzo delle Assicurazioni si presenta come un massiccio blocco quadrangolare, assai dissimile dallo stile liberty dell’epoca. Semplice è la distribuzione planimetrica con i vani e gli accessi ordinatamente disposti sui lati. Rimane da ricordare che, dopo la distruzione del grande parco dell’Olivella e dopo la ‘leggera’ deviazione dell’asse viario, rimane inutilizzato un enorme spazio fra il convento dei gesuiti e il palazzo Paternò. Per circa un decennio si cerca di farne un giardino con scarsi risultati, per un breve periodo vi si allestiscono stand e padiglioni per fiere. In epoca fascista, anche per motivi d’immagine, su questo spiazzo si edifica l’enorme e controverso palazzo delle Poste e Telegrafi opera di Angelo Mazzoni vincitore del concorso pubblico nel 1933. Il complesso realizzato alcuni anni dosmall  po, sotto la direzione di Edoardo Caracciolo è caratterizzato da un’architettura magniloquente e enfatica a colonne e arcate sullo stile del palazzo dell’EUR a Roma. Il terzo e il quarto tronco Il terzo tronco viene realizzato fra il 1908 e il 1920, con una pausa durante la guerra. Il quarto tronco viene ultimato nel 1922. In quello stesso anno è approvato il progetto di un ingresso monumentale in piazza Giulio Cesare davanti la stazione. Il progetto vincitore viene però portato a termine solo dieci anni dopo nel 1932, data che in un certo senso segna la fine della grande avventura del ‘Taglio di via Roma’. Il terzo tronco prevedeva il taglio da via Vittorio Emanuele a via San Cristoforo. L’idea è sempre quella, come ricorda Zappulla, di realizzare una cortina di edifici lungo il rettifilo che corrisponda alla moda e al gusto europeo dell’epoca. Certo è indubbio che i lavori prodotti “anche ammettendo che nell’intenzionalità dei progettisti ci fosse un’aspirazione a un’attenta e creativa ricerca progettuale, purtroppo troppo spesse volte non diedero i risultati sperati e le realizzazioni non furono all’altezza delle premesse e dei valori relativi dei singoli progettisti”12. I lavori del terzo tronco vengono interrotti nel 1912 e riprendono nel 1915. In questo terzo tratto, si contraddistingue un’esperienza per certi versi simile a quella che aveva caratterizzato i lavori del teatro Biondo vent’anni prima : il teatro Finocchiaro. Ancora una volta assieme al teatro, i Finocchiaro, ricca famiglia borghese siciliana, si fanno costruire l’abitazione. Stavolta, però, rispetto all’esperienza dei Biondo, tutte le funzioni (abitazione, teatro) sono racchiuse in un unica struttura architettonica. La volontà dei costruttori è quella di donare alla città, non solo un nuovo teatro di prosa, ma soprattutto un nuovo spazio per la nuova arte, che era arrivata anche a Palermo: il cinema. L’edificio è decisamente originale e interessante. Adeguandolo al gusto dell’epoca, l’architetto Bonci si ispira alle architetture déco americane e europee. Il prospetto su via Firenze, per esempio, presenta linee volumetriche disomogenee, ma nel complesso armoniose con ricche decorazioni fra le vetrate. Il cinema-teatro resta uno dei cinema più  importanti di Palermo fino alla morte dei proprietari. Poi inizia un lento declino, negli anni Sessanta il teatro Finocchiaro diviene cinema a luci rosse. Negli anni Novanta, il cinema cambia gestione e, grazie a attenti restauri, torna all’antico splendore e ripropone un cartellone teatrale insieme a una attenta programmazione cinematografica. Infine, come ricordato prima, va ricordato l’ultimo strascico della lunga storia del ‘taglio’ di via Roma. L’ingresso monumentale davanti alla stazione, voluto all’alba del fascismo, viene costruito solo nel 1932. Il progetto, dunque, attuato dieci anni dopo la sua approvazione, risulta inutilmente enfatico e monumentale, con barocchismi tipici dell’architettura di regime dell’epoca.

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